Parrocchia S.Maria Assunta - Stia (Ar)


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Gruppo Giovani

La Catechesi

Dal sito www.jomix.org

Per un tema così importante e "scivoloso" abbiamo cercato una persona particolare. Fra Mauro Ruzzolini, per la sua scelta di vita e per gli studi fatti ci sembrava la persona adatta. Chi è fra Mauro? E' un frate che vive nella nostra diocesi, esattamente a Magnale, tra Pelago e Tosi. Dopo lo studio della teologia si è dedicato allo studio della psicologia, e dedica attualmente parte della sua vita al sostegno spirituale e psicologico delle persone.
I giovani di Contea gli hanno rivolto qualche domanda, in modo molto diretto come vedrete, e questo è il risultato dell'incontro.

Hai avuto esperenze sessuali prima di diventare frate?

fra Mauro:
 Sono entrato in Seminario a 19 anni dopo la maturità. Frequentavo un Liceo Classico di Firenze e un gruppo numeroso di giovani della mia parrocchia. Nel penultimo anno di Liceo sono stato otto mesi con una ragazza di questo gruppo, con cui condividevo anche l'impegno di insegnare catechismo ai più giovani.
Non abbiamo avuto rapporti sessuali; il ricordo che porto con me di lei è fatto di tanta dolcezza e tenerezza. Abbiamo avuto momenti in cui manifestavamo reciprocamente l'affetto (mi ricordo esattamente il luogo e l'intensità emotiva del primo bacio), in un clima molto bello e sereno, in cui la scoperta dello star bene insieme e della bellezza dell'altro/a viaggiavano parallelamente ad un crescendo di dolcezza e intimità. Con il progredire però in me anche della consapevolezza della chiamata, abbiamo deciso insieme di interrompere la relazione in vista della mia entrata in seminario. Rimango e rimarrò sermpre molto grato a lei per la discrezione e rispetto che ha mostrato verso questa mia scelta che coinvolgeva anche la sua vita e ringrazio il Signore perchè lei rimane custodita in un angolo prezioso del mio cuore.

La tua opinione sul sesso è cambiata da quando sei frate?

fra Mauro
: No, anzi si è andata sempre più rafforzando la percezione della sessualità, della mia sessualità, come uno dei doni più belli che ho ricevuto nella vita, dono che più di altri mi parla proprio di Dio. Vi confesso che mi affascina molto l'avvertire dentro di me che anche questa dimensione è chiamata misteriosamente ad essere coinvolta nella mia ricerca e relazione con Lui. Sono convinto che questa realtà rimane in me, come in ognuno di noi, come un rimando continuo al nostro destino, al nostro desiderio di comunione sponsale con Dio e poter convogliare ogni mia passionalità, ogni mia emozione, ogni mia pulsione verso di Lui è per me la sfida più avvincente contenuta nella sceltà del voto di castità.

Cosa ne pensi dell'omosessualità?


fra Mauro
: Questo nè un tema molto delicato, nel quale è facile alzare polveroni di polemiche che non rendono giustizia della molteplicità e complessità di fattori che intervengono a delimitare questo ambito. Nella mia pratica professionale di psicologo ho incontrato molte persone che hanno richiesto un aiuto a riguardo di tale tematica e che, a dispetto della "gaiezza e spensieratezza" dell'orgoglio gay, vivevano seri disagi personali e si portavano dentro a volte anni di segrete sofferenze proprio a causa di questa vera o presunta tendenza. Dico "presunta" perchè, nella maggioranza dei casi, il problema si è rivelato non tanto di natura sessuale, coinvolgendo quindi una definizione di vera tendenza specifica verso un oggetto sessuale di uguale genere, ma (e questo è un fatto che molti tacciono, a scapito della verità) i problemi soggiacenti a tale ambito si sono rivelati di altra natura. Quello che voglio dire è che spesso ciò che può originare un pensiero, una paura, un desiderio che si rivela come omosessuale, ha radici in altre dinamiche della persona, non direttamente sessuali ma che affondono le radici in problemi di autostima, umiliazione, non sicurezza della propria identità, senso di indegnità, paura dell'altro sesso, processi incompleti di identificazione col genitore dello stesso sesso che può risultare assente, non significativo o eccessivamente distante o troppo aggressivo, legami di dipendenza da figure genitoriali di sesso opposto troppo dominanti e soffocanti e altre realtà ancora. Molto spesso le figure che dovrebbero fornire ai giovani in crescita quegli elementi necessari per rafforzare la propria identità, falliscono in questo compito e le persone crescono mantenendo come una domanda aperta sulla propria identità e valore e va a finire che la fantasia o il desiderio omosessuale diventa come una "scorciatoia" per raggiungere ciò di cui la persona si sente mancante. Questa scorciatoia si rivela però inefficace a sanare e saziare questa ricerca e lega la persona ad un circolo ripetitivo di esperienze affettive e sessuali cariche di promesse che rimangono puntualmente disattese. La mia esperienza professionale nell'aiuto di queste persone mi dice che si può uscire da tutto questo e recuperare un sano senso di appartenenza a se stessi e alla propria identità, anche nell'area affettiva e sessuale. A questo proposito consiglio a chi volesse saperne di più la lettura di questo testo: "Omosessualità maschile: un nuovo approccio" di Nicolosi.

Cosa ne pensi della pedofilia?


fra Mauro
: Anche a riguardo di questo ambito, ho incontrato dei casi. Qui la situazione è molto più complessa e non mi soffermo sull'analisi delle possibili cause di questo profondo disagio. Vi dico solo che la sensazione che rimane in me, dopo aver incontrato persone affette da questo disturbo, è di profonda tristezza e pena per le ferite e sofferenze che queste stesse persone, che arrivano purtoppo a compiere siimili gesti, si portano dietro. Sono sempre persone molto segnate dalla vita e che hanno subito gravi danni e traumi nella loro crescita e sviluppo. Questo non giustifica certo il perpetuare poi nelle loro azioni il male ricevuto, ma offre certamente uno sguardo diverso, fatto di misericordia e di vera com-passione per la miseria morale e spirituale di questa umanità così ferita.

Cosa ne pensi dei rapporti pre-matrimoniali?


fra Mauro
: Io penso che la bontà e verità di ogni gesto, risieda nel rispetto e piena accettazione dei significati insiti nel gesto stesso. Fare l'amore non è in sè un male anzi, come dicevo prima, è la realtà più bella che abbiamo ricevuto come dono e nella quale risiede il rimando alla nostra somiglianza con Dio, ma ciò che può renderla male è il farlo senza rispetto dei suoi significati. Questo può avvenire perchè la gestualità ha in sè un carattere di ambiguità qualora si presti a veicolare significati diversi dai propri. Faccio un esempio: il bacio è un gesto che di per sè esprime intimità, affetto, passione verso l'altra persona, ma può diventare anche il modo per umiliarla, disprezzarla o addirittura tradirla (guarda il bacio di Giuda a Gesù). Con lo stesso gesto posso dire cose diverse: una pacca sulla spalla può esprimere la mia vicinanza o il mio disprezzo verso qualcuno. Ogni gesto dunque ha un suo proprio significato e la sua bontà sta nel viverlo con quel significato. Ora nel rapporto sessuale il significato che vi leggo è di totale donazione della mia persona ad un'altra nella stabilità e pienezza del dono stesso. L'atto esige che io "ci sia tutto" in quel momento così come l'altro/a ci deve essere tutto. Fareste voi l'amore con una persona che dice di amarvi col corpo ma con la testa è da un'altra parte? Oppure con una persona che dice "ti amo ora, ma fra due mesi non ti amerò più". Nessuno di noi, se sano, lo farebbe perchè il gesto stesso esige per sua verità la totalità del dono. E queste non sono "cose che dicono i preti". Interrogate il vostro cuore, cosa veramente sente e avvertirete in voi la presenza o la mancanza di tale pienezza. L'altro significato che vi leggo è la bellezza dell'apertura alla vita, alla possibilità che l'atto sia creativo di una nuova esistenza come frutto dell'amore tra due persone.
Quindi il godimento reciproco del dono totale di sè e l'apertura alla vita: questi i significati inscritti per natura nell'atto stesso del fare l'amore. Farlo, rispettando questi due suoi propri significati, significa farlo "bene" e si potrebbe prendere a prestito lo nslogan: "fare bene l'amore, fa bene all'amore"!
Del resto, a prescindere dalle opinioni che potete avere su questo, io vi invito a interrogare sempre con verità il vostro cuore. In esso, tutto questo è già scritto e, se lo ascoltate con autenticità, vi guiderà verso il bene. Soprattutto se ascoltate le vostre emozioni e i vostri stati d'animo, che tante volte vengono fatti tacere dentro di voi. Quante delusioni, aspettative disattese, ferite, rivalse, rabbie, sentimenti di non pienezza, sono dentro di noi e rimangono a volte inascoltati solo per pudore o verrgogna o falso concetto di rispetto umano.
Mi è capitato di guidare delle coppie nella preparazione al matrimonio, coppie che magari già vivevano rapporti completi e a loro ho fatto la proposta di una via diversa, dove questo bellissimo atto di dono e di godimento dell'amore, fosse il risultato di un cammino graduale di comunicazione dell'amore stesso. Mi hanno ringraziato di aver potuto gustare anche la bellezza di una gestualità che veniva "bruciata" dal tutto e subito. Alcuni mi hanno detto che hanno ritrovato la gioia e la bellezza di una gesto così banale come il camminare tenendosi per mano. Quindi, in conclusione, penso che il rapporto prematrimoniale sia male, non perchè è male in sè fare l'amore, ma perchè non rispetta la piena verità e bellezza del gesto nella sua pienezza, perchè non vi è nè la stabilità e definitività della scelta reciproca, nè è rispettata l'apertura alla vita.

La tua idea sui contraccettivi


fra Mauro
: Penso che vengano a togliere la "naturalità" dell'atto e quindi a renderlo meno bello. Penso che vengano ad intaccare una realtà che è già bella in sè e che non ha bisogno di "aggiunte" per essere sentita o vissuta meglio.

La tua opinione sulla masturbazione


fra Mauro
: La leggo soprattutto come espressione di un disagio che la persona sta vivendo con se stessa o nel rapporto con gli altri. In questi casi si vede bene come la nostra sessualità risenta di tutto quello che viviamo in tutta la notra persona. Molto spesso la masturbazione non è altro che la punta di un iceberg la cui parte sommersa è fatta di sentimenti "altri" dal sesso, quali possibili stati di tensione, di rabbia, di umiliazione, di paura, di non benessere con se stessi, di difficoltà nelle comunicazioni con gli altri..... Molto spesso la masturbazione è espressione di tutto ciò e, lavorando su questi aspetti, migliora anche la capacità di gestione dei propri impulsi.

Cosa provi se vedi una bella donna? La guardi da uomo o da frate?


fra Mauro
: Questa domanda mi fa un pò sorridere. Se il guardare una bella donna da "uomo" o da "frate" vuole dire pensare o no: "guarda che bel pezzo di fi...gliola. Se ci sta, me la faccio subito", allora la questione non sta nell'essere uomo o frate ma nell'essere o meno un uomo dal cuore puro. Gesù nel vangelo dice che se uno guarda una donna con desiderio di possesso, ha già commesso adulterio nel suo cuore. E' dal cuore che nascono le intenzioni e non si tratta di guardare una donna da uomo o da frate, ma di avere appunto un cuore puro, richiesto ad ogni uomo che voglia vivere la propria umanità con bellezza e dignità.

Hai mai avuto ripensamenti sul tuo essere frate a causa del sesso? (per esempio per attrazione sessuale verso qualcuna...)


fra Mauro
: Mi sembra che abbiate un'idea abbastanza strana del "frate". Come se una persona consacrata non sentisse più attrazione sessuale o altre cose del genere. Se io non avvertissi più attrazione sessuale mi preoccuperei alquanto e cercherei al più presto di farmi curare! Seguire il Signore Gesù nella vita religiosa non significa smettere di essere uomo, con tutto ciò che questo comporta, ma essere uomo alla sua sequela e voler vivere la propria vita di uomo, senza alcuno sconto, per Lui e servire Lui ed amare Lui più di tutte le altre cose.

Condividi l'opinione della Chiesa riguardo al sesso?


fra Mauro
: Si, serenamente.

Secondo te i ragazzi di oggi come vivono la sessualità? In modo giusto o sbaglato? Cosa consiglieresti loro?


fra Mauro
: Alle volte mi sembra che la sessualità diventi, come ho detto sopra, una "scorciatoia" per risolvere o raggiungere altro. Troppe volte è caricata di altri significati che la appesantiscono e la stravolgono. Non è raro voler far sesso per dimostrare, ad esempio, a sè o agli altri qualcosa come la sicurezza dell'accettazione da parte dell'altro o il riconoscimento del proprio valore o il voler colmare un vuoto dentro o un contenuto di angoscia, o far tacere una ricerca spasmodica di calore e tenerezza. Quello che mi sento di consigliare è di ascoltare sembre bene il proprio cuore, ad esempio con queste due semplici domande: "cosa cerco?" e "cosa ho trovato?" Molto spesso la non corrispondenza tra le due risposte è un segnale prezioso da non mettere da parte!

Educare alla percezione del tempo, del rischio, dei sentimenti e del sacro
(di Vittorino Andreoli).

Vi parlerò di alcune percezioni del mondo giovanile di oggi, che caratterizzano probabilmente anche il singolo giovane cui voi vi rivolgerete. Vi parlo quindi di percezioni in generale; per ogni caso occorre chiedersi quale sia il livello e l’incidenza della singola percezione...
 
Che cosa intendo per percezione? Si distingue abitualmente tra sensazioni e concetti. La sensazione è una constatazione sensibile, mediata dai nostri sensi. La sensorialità permette di dire qual è la consistenza di una cosa, il dolore che provoca... La sensorialità è qualcosa di immediato, che si lega alle caratteristiche biologiche di un soggetto. Dall’altra parte abbiamo i concetti, la cultura: qualcosa che si acquisisce, che diventa pensiero, metafora, concetto; può diventare persino una concezione astratta. Tra questi due punti sta la percezione: non è sensorialità ma è - potremmo dirlo per paradosso -  la sensazione che ha l’io, un’individualità. È già qualche cosa che viene coordinato da una identità. La percezione è legata ad una persona, ad un individuo, mentre il senso del tatto è, per esempio, legato all’organo – una mano - e all’oggetto. Nel caso della percezione si tratta di un io che percepisce in modo diverso dalle potenzialità dei cinque sensi, perché entra in gioco l’individualità. Le percezioni so presentano quindi come qualcosa di non riflesso, ma neppure di completamente istintivo (è difficile individuarne delle motivazioni o darne delle spiegazioni).
Dobbiamo tener conto della percezione se vogliamo capire un adolescente di oggi. Quando parlo di adolescenza, mi riferisco in particolare a quella età - socialmente identificabile - che va dalla pubertà in avanti.


La percezione del tempo
Quando un adolescente vuole fare una valutazione del proprio mondo interiore, oppure quando un genitore, un insegnante, uno che si occupa di pastorale giovanile, di gruppi... vuol cercare di capire un adolescente, fa i conti con quella che io ritengo essere la percezione più importante, espressa dalla domanda: “Qual è la percezione del tempo di quell’adolescente?”.
Parlando di percezione del tempo si capisce meglio cosa intendo per percezione: non si tratta infatti solo della sensazione del tempo che passa, né della concettualità agostiniana del tempo; è la sensazione provata dall’io, da tutta la persona, di fronte al tempo. Bisogna chiedersi: “Questo giovane che percezione ha del futuro?” Non il concetto di futuro: magari può ricordare benissimo una formula appresa studiando e dare una definizione di futuro; ciò però non risponde al quesito. Si tratta infatti di vedere se e come è presente in lui la percezione del tempo futuro. È una domanda straordinariamente importante. Voi scoprirete - molti di voi l’hanno già scoperto - che sovente gli adolescenti sono privi della percezione del futuro; in altre parole, è come se vivessero un presente continuo, fatto di frammenti: “Adesso vivo questo frammento di tempo, poi un frammento successivo, poi un altro ancora”. Non c’è però un continuum; non c’è, cioè, la percezione di uno sviluppo che in questo tempo si può realizzare. Pensate quanto è importante questo atteggiamento: se manca la percezione del futuro o questo futuro è percepito poco lontano (il prossimo week-end, le prossime vacanze...),  il desiderio si struttura in funzione di questa percezione.
Assieme alla percezione del tempo, si può valutare anche la qualità del desiderio. Il desiderio infatti è la capacità di pensarsi domani, nel futuro, diversi da come si è oggi. Se, per esempio un adolescente avverte la propria condizione di metamorfosi come sgradevole (non si piace, vorrebbe essere come qualcun altro, non ha stimoli perché pensa che in quella condizione non riuscirà a fare nulla…), avere la dimensione del futuro e il desiderio significa poter immaginare che domani cambierà la condizione che si sta vivendo, e persino di fare un progetto perché questo avvenga.
Credo di conoscere i progetti che fate sui gruppi di giovani; è inutile però che spieghiate progetti ad un ragazzo che manchi della percezione del futuro. Potrà stare ad ascoltare, ma non capisce, perché non riesce a pensare che quel tempo finirà, a pensare quindi che l’insoddisfazione del momento presente potrà cessare, perché ci sarà un domani, un futuro in cui si sarà diversi e magari si potrà lavorare.
Quando dunque siete di fronte ad un adolescente, chiedetevi sempre se c’è e che estensione ha la sua percezione del futuro. É possibile fare un lavoro per insegnare il futuro: non insegnare come sarà, ma insegnare che questa dimensione c’è, e che in questa dimensione si deve proiettare la propria esistenza presente. Voglio insistere ancora un attimo su questo punto. Chi si è occupato o si occupa di psicologia sa che generalmente ognuno di noi deve trovare dentro di sé due “io”. Non sono molto entusiasta di parlarvi dell’”io”: è un secolo che parliamo di “io”, da quando Freud ha scritto
L’interpretazione di sé (dei sogni). È un delirio: tutti continuiamo a nominare questo “io”: io penso, io credo, io dico... Ognuno di noi ha due “io”: il primo è quello che chiamiamo l’”io attuale”, che corrisponde a come sono adesso; c’è poi un “io ideale”, che è il come vorrei e come potrei essere.
La storia di una persona dovrebbe configurasi sempre come un “io attuale” che rincorre un “io ideale”, sperando di non raggiungerlo mai: c’è infatti sempre qualcosa ancora da fare, da conquistare, da migliorare. Ma come è possibile concepire un io ideale, se non c’è il tempo che permetta di sanare lo scarto che esiste tra il come sono e il come vorrei essere? Tutto questo non ha niente di immorale: è una dimensione psicologica. Ha ricadute etiche quando vi si associa un contenuto, e si prefigura un “io ideale” in base al significato che viene da una fede, da un credo. Però la dimensione dell’”io ideale” ha bisogno del tempo.
Vi ho parlato del futuro, ma non ho ancora finito, perché c’è un punto a cui io sono molto attaccato: quando il futuro fa i conti con la morte. Dovete chiedervi se l’adolescente che avete davanti a voi ha la percezione della morte. Devo dire che negli ultimi anni la pedagogia ha avuto paura della morte; persino i preti non parlano più di morte, che è stato un tema forte nella gestione delle persone in passato. Noi continuamente offriamo agli adolescenti una morte-spettacolo, eppure abbiamo paura di vedere quale sia la loro percezione della morte. Pensiamo che non sia più il tempo di farlo, che si debba parlare della gioia. Questo però è strano: come si fa a pensare ad un futuro senza immaginare che quel futuro ha un limite e quindi si fermi inesorabilmente, e che addirittura il senso del tempo che mi porta da qui fino a quella condizione ideale s’incontri con la morte? Allora parliamo della morte: non dobbiamo averne paura, perché è un grande tema, non solo per dare significato all’attualità, ma addirittura per mostrare bene che cos’è il futuro. È stranissimo il fatto che voi, che avete la grande forza di poter parlare dell’eterno, parliate così poco di morte e di eternità; è una cosa incredibile: sembrate accecati. Come è possibile? Chi più di voi ha certezza dell’eterno? Se altri si fermano alla morte, noi potete parlare di morte e di eternità.
Questa è l’importanza della percezione del futuro; […] essa non esaurisce però la questione della percezione del tempo, che investe infatti anche il passato. Quell’adolescente ha la percezione del proprio passato? Conosce la storia a cui è legato, magari una storia piccola e familiare? È un peccato che noi - ma anche gli insegnanti di storia - parliamo sempre della storia con la S maiuscola (quella che poi viene sempre manipolata a seconda dei tempi e a seconda del potere dominante), ma non andiamo alla ricerca della piccola storia di ciascuno di noi. C’è quasi una specie di pudore o di vergogna a parlarne. Stiamo dimenticando le nostre storie individuali; dimentichiamo la fatica che i nostri nonni e i nostri bisnonni hanno fatto per arrivare a darci la vita, i grandi sacrifici che hanno fatto per arrivare a mantenere le famiglie. Qual è il passato di questo adolescente? Magari è convinto che il mondo sia incominciato quando è nato lui. Mancando di senso della storia, sarà anche convinto di non aver nulla da imparare, perché tutto è legato all’esperienza presente; altrimenti dovrebbe basarsi sull’esperienza delle generazioni precedenti, non sulla propria. Ho una grande sensibilità per questo, avendo già compiuto i 65: dato che ho dei nipoti, so che l’importanza del ruolo dei nonni è legato al senso della storia.
Insegnate ai giovani che hanno delle radici. Partite pure dalla loro storia personale, ma dite loro che c’è anche un’altra storia, che sono parte di una grande storia: una storia più lunga, più importante,  di grandissimo significato. Chiedete ai ragazzi a cui parlate su che radici si pongono; che legame hanno con la famiglia… Parliamo tanto dell’importanza della famiglia, ma spesso i ragazzi non sanno la storia della propria famiglia: i padri non raccontano loro dei nonni, perché c’è sempre qualche cosa di misterioso di cui è bene non parlare.
Questo primo punto stimola ad una grande riflessione: la questione del tempo per l’adolescente ha una importanza vitale; poi c’è questa grande questione del pensiero sul tempo, che va con l’eternità e per questo niente più di Sant’Agostino può parlare di questo. Lo troverete strano, ma credo che questo sia il primo grande punto che noi dobbiamo affrontare per capire quell’adolescente.

 
La percezione del rischio
La percezione del rischio è un punto fondamentale; è infatti una delle vie in base alle quali è possibile cercare non dico di sanare, ma almeno di far comprendere i grandi dissidi che esistono tra le generazioni: tra padri e figli, tra madri e figli. Due generazioni che noi sappiamo scontrarsi rapidissimamente: ad qui il tipico adolescente che è stufo del proprio padre, che non riesce più a stare in famiglia e che quindi fa progetti di andarsene sbattendo la porta, di non riconoscere più nemmeno un padre e una madre.
Sapete che nel progetto del nuovo tribunale della famiglia si pensa anche alla possibilità che un adolescente vada dal giudice e dica: “Senta, io quel padre non lo voglio”. Che tanti padri non siano straordinari questo lo sappiamo, ma che si possa addirittura pensare al diritto di poterli misconoscere, mi sembra che sia eccessivo.
Esiste però un conflitto: per poterlo affrontare - almeno in  parte – è utile affrontare il tema della percezione del rischio; infatti la maggior parte delle ragioni di dissenso e di contrapposizione si fondano sulla percezione del rischio che hanno la madre o il padre, rispetto alla percezione che dello stesso comportamento ha invece l’adolescente.
Facciamo subito un esempio: le famose discussioni sull’ora in cui tornare a casa la sera – che avvengono in ogni famiglia - su che cosa si fondano? Il padre o la madre vorrebbero un rientro non dopo le 11.00; il figlio invece vorrebbe rincasare alle 3.00 di notte. Non possiamo pensare che si tratti di giochetti. Né credo che alcuno – io o voi - abbia il diritto di stabilire che va bene rientrare alle 11.30: è una decisione che va presa in quella famiglia. Un educatore non deve mai sostituirsi, o arrogarsi compiti propri della famiglia. Potrà aiutare quel ragazzo e quel padre a far sì che lo possano decidere, ma non spetta a lui stabilire un orario. Si tratta infatti di un problema di comprensione, legato alla percezione del rischio.
Quando la madre chiede di tornare alle 11.30 – aprendo una contrattazione sindacale che arriverà a fissare il rientro all’una – lei dall’una e un minuto percepisce che il proprio figlio è morte, coinvolto in un incidente da qualche parte. Ha la percezione che possa essergli capitato qualsiasi cosa, mentre quello si sta magari divertendo. Fate capire al ragazzo che cosa significa tornare a casa più tardi; fategli capire qual è il vissuto di sua madre. Fate capire a quella madre che può avere una percezione del rischio che il figlio non ha, e che forse la sua visione è eccessivamente pessimistica, o perlomeno è troppo catastrofica.
È questo l’incontro da favorire, in relazione a tante questioni che riguardano i piccoli e grandi drammi familiari. Se volete capirli e soprattutto se voi volete aiutare a farli capire alla madre, al padre o a quell’adolescente - ragazzo o ragazza che sia - la percezione del rischio è uno dei temi che entrano fortemente in causa. Certamente le percezioni del rischio mutano: lo dico non solo come affermazione scientifica, ma anche in forza del mio vissuto personale.
Ci sono delle generazioni che hanno vissuto, da adolescenti, un mondo differente da quello degli adolescenti di oggi: quindi esso viene percepito diversamente. È comprensibile - e in qualche modo da attendersi - che esista una diversità di percezione. Per una madre, sapere che i ragazzi vanno in quattro su un motorino è foriero di catastrofi. Ciò può anche essere, non è del tutto immaginario: la cronaca parla di disgrazie del genere. Quei quattro ragazzi, invece, non percepiscono nemmeno di andare contro delle regole. È chiaro che questa situazione invita a lavorare sulla percezione del rischio.
Bisogna quindi chiedersi: “Questo adolescente, che percezione ha del rischio?”. Esistono due atteggiamenti estremi: da una parte c’è la figura dell’eroe, di chi vuol fare qualche cosa di straordinario, come l’eroe greco (che aveva anche bisogno di morire). In qualche modo nella figura dell’eroe c’è una specie di accettazione di un destino che la madre e il padre non possono nemmeno immaginare, perché ne sarebbero atteriti. Se uno ha la percezione di dover essere un eroe, magari perché nell’ordinario non è nemmeno piccolo protagonista, cerca di compensare la “trasparenza” del proprio quotidiano (quasi un non-esserci) con il grande gesto, da compiere appunto in discoteca, nel sabato sera (terreni di molti piccoli eroi). Nel caso di una concezione eroica del rischio, bisogna lavorare sulla percezione del rischio. Certamente, infatti, un adolescente che voglia essere eroe è uno che non esercita alcun protagonismo nel quotidiano. Attraverso l’indagine sulla percezione del rischio, si riesce a comprendere perché, se uno ha bisogno di essere eroe, tenderà ad eroicizzare qualsiasi cosa; dall’altra parte, la percezione del rischio che in genere hanno i genitori qualche volta è eccessiva: essi sono terrorizzati - fra l’altro - da una cronaca che fa riferimento agli adolescenti solo quando non tengono conto del rischio. Infatti, se guardiamo la cronaca sugli adolescenti, abbiamo l’impressione che siano una massa di cretini-eroi. Non è affatto vero: è questa società idiota che mostra i giovani come dei piccoli mostri, mentre è incapace di insegnare a percepire correttamente il rischio.
Bisogna insegnare il rischio. E non mi riferisco solo al fatto che bisogna fermarsi con il rosso; il rischio ha a che fare con il rischio della propria vita e quindi si ricollega all’interruzione del proprio futuro, alla morte, al fatto di essere in dissonanza completa con quelle che sono invece le aspettative e i sogni dei propri genitori…  I genitori hanno diritto di sognare sui figli; bisogna insegnarlo agli adolescenti. Proveniamo da una psicologia - di cui io sono in parte responsabile - in cui abbiamo sposato l’idea che l’equilibrio è raggiungere sempre la gratificazione, e che quindi si dovrebbe lottare contro la frustrazione, perché rende l’esistenza difficile. Bisogna invece usare un’altra dimensione, che non è più quella dell’io, ma che è anche quella di considerare gli altri, a partire dal proprio padre e dalla propria madre. Non dico che necessariamente si debba dire di sì, però è assolutamente necessario capire perché i propri genitori vorrebbero che le cose andassero in un certo modo. Quanto meno capire, comprendere quella richiesta.

La percezione dei sentimenti
C’è una terza percezione: quella dei sentimenti. Il sentimento è un legame che ciascuno di noi stabilisce con un’altra persona, o anche con una idea. È certamente un legame anche quello di un eremita; anzi egli si apparta proprio per poter avvertire meglio un legame speciale. Un sentimento è la capacità che ciascuno di noi ha di legarsi con l’altro, di sentire che l’altro serve a noi e che noi serviamo all’altro.
Quale percezione quell’adolescente ha dei sentimenti? Che importanza dà ai legami? Dovete farvi questa domanda perché risulta sempre più evidente che assistiamo ad un consumo rapidissimo dei sentimenti. Negli anni ‘60 e ’70 eravamo preoccupati per il consumo degli oggetti, tipico delle persone che avevano fatto, come me, l’esperienza della guerra e della povertà, e che si trovavano rapidamente in una situazione in cui si buttavano le scarpe buone o l’abito che era passato di moda. Adesso c’è una preoccupazione più grande: il consumo dei sentimenti, ragazzi che consumano i legami con una rapidità travolgente. Anche gli adulti ormai consumano i sentimenti; ma se voi sentite le storie di questi ragazzi, il consumo dei sentimenti ha una accelerazione spaventosa. È un segnale dell’incapacità a stare dentro il legame. Qual’è dunque la percezione dei sentimenti? A questo si lega l’amore. In questi giorni vi è stato presentato un documento sull’amore [
Deus caritas est n.d.r.]. Si può dare la più bella definizione dell’amore, ma se non c’è la percezione che il legame è importante, il legame sentimentale o il legame d’amore non regge. Per seminare l’amore occorre il terreno; questo lo dovete creare voi: analizzate se quell’adolescente sente il bisogno dell’altro, se sente che quel legame è importante. Sarà un legame con un amico, sarà un legame con voi che lavorate con lui, ma il legame è importante. Chiedetevi se è uno attento ai legami, oppure li consuma  come un tempo si consumavano le scarpe.
Io sono molto più preoccupato del consumo di sentimenti. Se parlate con i genitori di questi ragazzi diteglielo: preoccupatevi anche dell’ennesimo paio di scarpe da ginnastica che vogliono, perché è cambiata la moda, ma soprattutto del consumo dei sentimenti. Insegnate l’importanza dei legami; insegnate che un legame ha una storia (ecco di nuovo la percezione del futuro). Certi pensano che un legame rimanga così come è iniziato; il legame invece si rinnova. È straordinario! Lo dico da vecchio: sono contento di essere vecchio, perché sto capendo quando è bella la funzione del tempo su legami che potevano sembrare vecchi, passati: c’è invece una specie di ritorno. Si dovrebbe far pensare alla bellezza di giocare il sentimento nel tempo, sapendo che esso è qualche cosa che permane , ma che si modifica:
Se non c’è questa percezione dei sentimenti, come volete parlare di un legame con Dio? Dovete prima sapere che quel ragazzo ha bisogno di esser legato, di dare importanza ai legami. Come potete proporre un legame straordinario, ma anche così difficile (nel senso che deve andare oltre i sensi, oltre l’esperienza del quotidiano…) senza insegnare la bellezza dei legami?
Vi dico questo perché oggi la più grande malattia degli adolescenti è la solitudine, pure in mezzo a tante persone. Se voi seguite la vita di gruppo degli adolescenti, qualche volta sentite un mutismo che dura: non si dicono niente. Certo ci sarà una comunicazione tra corpi, una comunicazione diversa, non verbale, ma devono capire che questa insicurezza la si vince attraverso i sentimenti, non con Internet.
Permettetemi di fare una distinzione: c’è una differenza enorme tra emozioni e sentimenti: l’emozione si può avere anche davanti al computer, a Internet; l’emozione è una risposta immediata ad uno stimolo. Pensate ad un’immagine che abbia un potenziale erotico e suscita una reazione di tipo emotivo; invece il sentimento, che è quel legame che si stabilisce tra una persona e un’altra persona (ed implica corresponsione, un dare e un ricevere…) non può avviene tramite la tecnologia. Insegnate i sentimenti!


La percezione del sacro
Arrivo all’ultima percezione, la quarta: la percezione del sacro. Il mondo giovanile di oggi ha un grande bisogno di sacro: si tratta al massimo di verificarlo e di stabilirne la dimensione.
Una piccola distinzione tra sacro e religioso. Il sacro, diceva un grande antropologo - Rudolf Otto, che ha scritto nel 1927 un bellissimo saggio in materia - è una caratteristica di ciascun uomo. La definiva anzi una categoria della mente (in riferimento alle categorie di Kant, cioè ad una specie di forma a priori che ci permette di percepire); come c’è una categoria per la razionalità, così c’è anche la categoria per il
numinosum, che riguarda tutto ciò che è misterioso, che ha un effetto di attrazione ed anche di paura.
Il religioso è la risposta al bisogno di sacro. La religione cristiana dà delle risposte a tutta questa percezione fascinosa, del mistero; dice esattamente qual è la risposta da dare a quel bisogno. Naturalmente osserviamo che questa risposta è diversa, a seconda delle religioni.
C’è una grande voglia di sacro nel mondo giovanile. Qui non c’è il tempo per farlo, ma sono sicuro che molti di voi avranno notato che diversi comportamenti del mondo giovanile hanno la caratteristica della sacralità, persino comportamenti che socialmente non possiamo accettare. Mi riferisco per esempio alla “liturgia” della discoteca, alla “liturgia” dell’uso delle sostanze stupefacenti (almeno di alcune). Potete interpretare e leggere tutto questo come un grande bisogno di sacro privo di adeguata risposta.
Se una persona usa sostanze stupefacenti non va messa in galera; bisogna piuttosto interrogarsi come mai quel suo bisogno di sacro non sia stato soddisfatto dalla riposta che c’è, ma che non è arrivata. In quel caso si va a sostituire la risposta religiosa, con qualcosa che è puramente empirico, legato non all’insegnamento di un’istituzione, ma al seguire un gruppo. Pensate che molti ragazzi imitano ciò che fa un gruppo per dare risposta al bisogno di sacro, mentre in quello stesso ambito culturale e sociale ci sarebbero delle grandi idealità e c’è una grande religione.
Credo che dovremmo - e dovreste - sentirci tutti in colpa (sono convinto che questa società ha bisogno un po’ di senso di colpa, perché l’abbiamo perduto): quando vedo questi ragazzi che si comportano in quel modo, penso che potrebbero aver avuto risposte diverse; magari le potrebbero avere ancora, invece li mandano in galera. C’è veramente da pensare di essere arrivati in una di quelle civiltà che stanno per scomparire, perché fatta di imbecilli.
C’è un grande bisogno di sacro: questo è il grande momento delle religioni. Bisogna solo trovare una maniera adeguata di proporre il linguaggio di Cristo, una figura straordinaria che appartiene a tutti, sia che uno lo veda come uomo, che lo veda come Dio. Gli adolescenti aspettano solo che vengo loro proposta quella straordinaria figura umana. Essi infatti cercano qualcuno da seguire e da imitare: facciamo loro scoprire una cultura, degli ideali, delle immagini, degli esempi… Voi avete un compito: avete dei ragazzi che hanno un bisogno enorme, perché hanno una grande percezione del sacro. Avete una grande missione: dare a questi ragazzi, al loro grande bisogno di sacro, la risposta religiosa. Perché la religione è la risposta.

 
La cultura della fragilità
Sono convinto che bisogna parlare di una cultura di fragilità. Faccio un esempio personale (non in chiave nostalgica): ho fatto parte di una generazione che veniva dalla guerra. Noi sentivamo, percepivamo che c’era un mondo da rifare, perché la guerra era stata un disastro per tutti. Avevamo perso tutto e c’era l’idea che dovevamo ricostruire tutto. Ricordo ancora queste esperienze: dovevamo essere forti. Ricordo mio padre, grandissimo uomo, che mi metteva davanti al pericolo che tutto ciò che si ottiene facilmente generalmente non ha alcun significato. Pensate: adesso è sufficiente che uno lavori come odontotecnico e in due anni diventa uno dei più grandi finanzieri, pieno di miliardi! Allora c’era l’idea che, se era stato troppo facile o veloce per qualcuno guadagnare dei soldi, ci fosse qualcosa che non andava. C’era una cultura della forza, del più forte, di quello che faceva di più. Uscivamo da una situazione in cui sapevamo di dover essere forti.
Per esempio: sapete quale problema è per gli adolescenti di oggi il proprio corpo; a me del mio corpo non importava niente. Adesso se uno ha un brufolettino che non si vede, ma lo si vede con quegli specchi orrendi che sono nei bagni, ne fa un dramma:  ricordo degli amici che erano tutto un brufolo e non se ne facevano problemi. Ricordo quando mi dicevano: “Vittorino, forse compriamo un abito per il papà ed il suo lo rigiriamo per te”. Adesso i ragazzi piangono perché non possono uscire. Adesso gli adolescenti sono belli, bellissimi; noi da adolescenti eravamo veramente brutti. Oggi però sono fragilissimi.
Cosa vuol dire fragilità? È l’incapacità di gestire le emozioni e di stabilizzare i sentimenti. Gli adolescenti oggi sono intelligenti, sanno usare il computer (è difficile che troviate un bambino che non lo sappia adoperare), hanno delle capacità per tutto ciò che ha a che fare con la parte sinistra del cervello. Però non sanno vivere, non sanno controllare i sentimenti e le emozioni: sono come dei bellissimi vasi di Murano, tutti decorati, ma se li toccate in un certo punto vanno in mille pezzi.
Non è il problema di qualche individuo: la fragilità è una caratteristica comune. Dobbiamo allora immaginare che sia necessario che i giovani divengano forti, come è stato per le generazioni passate, oppure dobbiamo in qualche modo accettare questa fragilità e renderla possibile? Infatti anche la fragilità ha dei valori umani. Stiamo attenti a pensare che senza grande forza non sia possibile educare. Io mi occupo di matti da sempre: la cosa straordinaria è che molti miei malati (“matto” per me è un termine molto affettivo, non dispregiativo…) si sono sentiti sicuri con me: quasi tutti pensano che io sia fortissimo, solido. Io, invece, dico loro che la grande forza che caso mai ho avuto nell’aiutarli sta forse proprio nella mia fragilità. Dico loro che qualche mattina mi alzo e ho l’impressione di aver sbagliato tutto: mi sento fortemente insoddisfatto, a volte persino malinconico. Sapeste quante cose si possono fare dentro la fragilità, quanto si può fare essendo imperfetti. Non pensiate che per fare gli educatori bisogna essere forti; io spero che siate deboli, perché se siete troppo forti il rischio è che deviate i giovani. Allora sareste veramente da curare. La vostra  fragilità deve però essere consapevole, per  insegnare agli altri che in essa si può vivere degnamente, umanamente e - per voi - addirittura attaccandosi alla città del cielo, ma anche alla città della terra.
Perché parlo della cultura della fragilità? Perché voglio che voi consideriate che le persone fragili possono essere non solo straordinariamente umane, ma - come diceva un grande Papa -  una volta diventate umane possono anche diventare divine. Non voglio che, di fronte alla fragilità degli adolescenti, si risponda cercando di curarli, mandandoli dallo psicologo. Se necessario mandateli, ma non abbiate troppi psicologi, o – peggio ancora – psichiatri, dentro le vostre associazioni: fate piuttosto in modo che la loro fragilità non sia qualche cosa che li faccia sentire in colpa rispetto ad un progetto che voi proponete loro. Fate progetti che siano prima di tutto compatibili con la fragilità. Cominciate a guardare la fragilità non come difetto, ma come cultura. Altrimenti, c’è il rischio che voi tutti vi riteniate troppo forti; in tal caso sarebbero allora da invertire i ruoli tra educatori ed educandi.

Il conflitto intergenerazionale
Credo che il conflitto tra adolescenti e adulti ci debba essere. Ve lo mostro con un episodio che appare leggero: alcuni anni fa, quando era di moda la parola  “disagio” (per fortuna ora si usa di meno, ma è stata abusata in passato), dopo una conferenza si è avvicinata a me una coppia, fprmata da una mamma sui 40 e una figlia di 15 o 16anni. La signora mi ringrazia, aggiungendo: “Professore, volevo dirle che tra mia figlia e me c’è un accordo straordinario e quindi non c’è conflitto”.  Io ho pensato: “Una delle due è da curare!”. Preoccupatevi di fronte a degli adolescenti che non avvertono il conflitto, perché vuol dire che non vivono il conflitto con gli adulti, che magari li potrebbero aiutare, e lo spostano in situazioni che sono più difficili da gestire. Anche qui si riconosce la cultura della fragilità: siamo infatti portati a pensare che l’ideale sia la mancanza di conflitto, o la mancanza di tensioni, e non invece la tensione ed il conflitto. Certamente si tratta di vedere come gestirlo, ma non è più la posizione di chi dice: questo atteggiamento è un atteggiamento inaccettabile, è un atteggiamento addirittura patologico. Ricordatevi di questo fatto: tutto dipende dal rapporto tra madre, padre e quel figlio che c’è stato durante l’infanzia. Paradossalmente, un adolescente che diventa tutto ad un tratto particolarmente aggressivo (non gli piace più niente, nemmeno la casa…) è uno che, avendo avuto un buon rapporto infantile con i propri genitori, deve disegnarsi adesso la situazione familiare - il padre e madre - come negativi, per poter trovar la forza di distaccarsi. Provate a dire a quella madre: “È vero che tuo figlio sta dicendo delle cose terribili e inaccettabili (parolacce e così via…), ma cerca di capire e di interpretare quel comportamento pensando che durante l’adolescenza c’è bisogno di staccarsi dalla figure familiari per poter allargare il proprio contesto sociale (verso il gruppo di pari-età); siccome lui si trova particolarmente bene a casa, per poter distaccarsi deve attuare un comportamento quasi distruttivo”. Quel comportamento di opposizione è legato ad una motivazione che addirittura attesta un buon rapporto prima della pubertà.
C’è - è vero - un’aggressività, che produce comportamenti inaccettabili: ciò che è inaccettabile non va mai accettato, non va mai giustificato, va però capito. Quella aggressività e quella violenza vanno tradotte, decodificate. Io non sono mai spaventato dal conflitto; sono preoccupato solo da quelle famiglie in cui il ragazzo che arriva a casa è come non ci fosse. Aprire il suo computer, magari il padre sta davanti al televisore… Lì non avviene nulla, e tutto avviene fuori dal contesto familiare e dal controllo che esso può esercitare. Ripeto spesso una cosa banale: non sono mai preoccupato di fronte alla baruffa di una coppia; ciò che mi preoccupa è semmai l’incapacità di uscirne, cioè di elaborare. È importante invece che il figlio veda che c’è stato un conflitto, ma che non ha interrotto la relazione sentimentale: nonostante quel disaccordo, papà e mamma si volevano bene. Non preoccupatevi del conflitto: lavorate molto per capire i termini del conflitto, per riuscire ad elaborarlo.

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